martedì 29 aprile 2008

Impatto Umano



L'uomo ha alterato la faccia della terra più di ogni altro essere esistente su questo pianeta.
La nostra tendenza non si stà invertendo; al contrario, abbiamo cambiato il mondo e il suo ecosistema negli ultimi 50 anni più che in qualsiasi altro periodo comparabile della storia.

Gli effetti più evidenti si manifestano nel suolo, dove più dell'80% della superficie presenta impronte delle nostre attività riconducibili alla nostra scoperta dell'agricoltura circa 10.000 anni fà.

Il fabbisogno di cibo continua ad aumentare questo impatto.

Le coltivazioni occupano piu di 15 milioni di km quadri in tutto il mondo, (equivalente all'estensione dell'America Latina) e i prati per il pascolo occupano il doppio dello spazio.

Il fabbisogno continua a crescere.
Nelle praterie e nelle savane con maggiore potenziale produttivo già si stanno coltivando cereali, cotone e altri prodotti.

I boschi, che occupano un terzo delle terre emerse, sono la seguente fonte di nuovi terreni per la coltivazione.

La deforestazione con finalità agricole avanza con particolare impeto nelle zone tropicali soprattutto in Africa e nell'America Centrale e del Sud. L'espansione agricola aumenta la produzione mondiale degli alimenti, però i suoi effetti ecologici possono arrivare ad essere devastanti per il nostro pianeta.

Le strade e le vie ferroviarie alimentano l'espansione delle città, portando la caccia, l'agricoltura e la deforestazione in luoghi prima inaccessibili.

Il 90% della nuove produzione di alimenti, nei prossimi 25 anni, dovrà essere fatta su terreni agricoli già esistenti. Il paesaggio mondiale è un mosaico d'intensità agricola caratterizzato sia da piccoli terreni adibiti al pascolo, sia da sistemi completamente convertiti per una produzione intensa. Il 39% del territorio dell'Asia meridionale, ad esempio, è composto da terreni coltivati.

Gli oceani, d'altro canto, si vedono danneggiati dai residui delle acque che usiamo, dalle sostanze chimiche e dalla plastica che gettiamo in essi e dagli 80 milioni di tonnelate di pesca all'anno.

In passato credevamo che i mari erano fonti inesauribili di ricchezza però oggi sappiamo che non è così. Con le nostre tecniche di pesca abbiamo ridotto le varie specie di pesci, riducendoli a un 10% complessivo della popolazione ittica.

Due terzi del mare aperto inclusi squali, tonni e pesci spada sono stati sfruttati più della loro capacità naturale di ripopolazione.

Ed è anche per questo motivo che la pescicoltura stà prendendo sempre più piede nel mercato. Nel 1980 unicamente il 9% del pesce che consumavamo arrivava dagli allevamenti di pesce. Oggi la cifra è arrivata al 43%.

Però la pescicoltura ha i suoi lati negativi perchè inquina le coste e contagia con malattie i pesci che si trovano invece liberi nel loro ambiente naturale.

Il nostro impatto ambientale si nota anche nella qualità dell'aria che respiriamo e nell'acqua che bagnano le nostre coste. Il fumo e i gas degli incendi, dei tubi di scappamento delle automobili, delle industrie, delle centrali elettriche e di quelle per lo smaltimento dei rifuti, alterano l'atmosfera provocando il cosidetto riscaldamento globale.

Tutte le persone hanno bisogno di alimenti, vestiti e un tetto per poter vivere e le varie forme concrete con le quali soddisfiamo i nostri fabbisogni, riflettono le nostre differenze culturali, climatiche e quelle degli ecosistemi. Nessun fattore, però, ha tanto peso come la ricchezza. Non importa il luogo dove viviamo: per una regola generale, più soldi si hanno, più consumiamo e, disgraziatamente, più residui generiamo e più facciamo danno alla terra.

Gli Stati Uniti d'America, ad esempio, è il maggiore produttore di rifiuti al mondo: 2 chili per abitante al giorno. I Giapponesi con un consumo simile producono poco più di un chilo di rifiuti al giorno. In promedio un Americano in tutta la sua vita genera 600 volte il proprio peso corporeo in carta, plastica e altri materiali che terminano nelle discariche.

È una crisi anche creata per comodità.

I sacchetti di plastica, ad esempio, sono economici, comodi e li si possono trovare ovunque: nel mondo se ne utilizzano tra i 500.000 e il miliardo di pezzi. Si usano, in genere, solo una volta per poi buttarli via. Milioni di sacchetti saturano il medio ambiente uccidendo molte specie di animali per soffocamento come le tartarughe che li scambiano per meduse. Un sacchetto di plastica si fabbrica in un secondo, si usa per venti minuti e impiega tra i 100 e i 400 anni per potersi biodegradare in maniera naturale.

I recenti divieti in vari paesi a non usare più sacchetti di plastica potrebbero essere una soluzione a questo grave problema.

Un altro esempio è l'acqua imbottigliata. Necessaria per la sesta parte dell'intera popolazione che non ha possibilità di avere acqua potabile, l'acqua in bottiglia si consuma sempre di più, incluso nelle zone dove l'acqua corrente è potabile, sicura e di facile accesso.

Negli Stati Uniti d'America si vende più acqua imbottigliata che in qualsiasi altro paese del mondo però il record di consumo medio per abitante nel mondo è detenuto in Italia: 203 litri per persona nel 2006.

Meno del 23% delle 60 milioni di bottiglie di plastica per l'acqua usate giornalmente negli Stati Uniti viene riciclato.

La ricchezza, insomma, è aumentata negli ultimi anni nelle economie emergenti di molti paesi ma non per tutti.

Il nostro obbiettivo dovrebbe essere quello di conseguire una sicurezza economica a lievello mondiale.

Arrivarci senza deturpare l'ambiente, è la maggiore sfida.

Riferimento: National Geographic

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