lunedì 26 maggio 2008

La storia in groppa a un Cavallo


La relazione tra l'uomo e il cavallo è molto antica.

Lo cacciavano gli uomini di Neandertal e i Cromagnon dipingendolo nelle caverne di Lascaux e Altamira. Il cavallo non è un essere inclinato alla addomesticazione.
È un essere nervoso che si spaventa facilmete, si eccita con facilità ed è ha un temperamento molto forte rispetto ad altri animali addomesticabili. Inoltre, quando sente qualcosa sulla sua groppa, sembra impazzire.

Non sembrava all'apparenza un animale che poteva convivere insieme agli uomini per queste sue caratteristiche. Ma qualcosa di meraviglioso avvenne. Gli agricoltori seminomadi delle steppe al nord del Mar Nero, pascolavano cavalli insieme a pecore e mucche.

Qui l'uomo, 5000 anni fá, scoprì tecniche per poter cavalcare questo splendido essere incominciando in tal modo una lunga storia che avrebbe cambiato il mondo.

Incominciando da quelle steppe che si estendevano tra Europa ed Asia in poco tempo, per contatto culturale, imitazione, intercambio o conquista, l'addomesticazione si estese rapidamente dall'Ungheria fino alla Manciuria. Il cacciatore amplificò le capacità del cavallo, il pastore poteva controllare greggi molto piú grandi. La steppa conobbe una trasformazione che portò ad un nuovo modo di vivere.
Susseguirono guerre e saccheggi portarono le tribù ad allearsi in orde creando in questo modo una nuova forma di nomadismo.

Grazie al potere del cavallo, la cultura della steppa conquistò popoli come gli Sciti, i Sarmati, i Media, i Parti, gli Unni, i Bulgari, gli Ungheresi, i Turchi, i Tartari fino ad arrivare ai Mongoli.

L'uomo della steppa si adattò al cavallo, fulcro della sua esistenza. Lasua importanza si è riflessa non solo tra i popoli della steppe ma in tutta la storia dell'umanità.

In America, luogo dove si suppone sia nato, il cavallo si estinse in epoca preistorica circa 10.000 anni fà, contemporaneamente ad altri grandi mammiferi; fra le ipotesi per tali estinzioni, il disturbo antropico, costituito dalla caccia da parte dell'uomo.

Secoli a seguire, ritornarono in questo continente addomesticati tramite la conquista spagnola.

Alcuni riuscirono a scappare ritornando alla vita selvaggia delle grande pianure. Presto migliaia di cavalli incominciarono a galoppare in gruppi. I nativi americani impararono a cacciarli, domarli e quindi montarli. In pochi decenni, la vita delle grandi pianure sperimentò un cambio radicale simile a quello millenario delle steppe. Alcune tribù che avevano coltivato mais, fagioli, cacciato e pescato, incominciarono ad addentrarsi nelle grandi pianure, lontani dai fiumi che fornivano acqua, per poter cacciare bisonti nelle regioni che fino a quel momento erano state inaccessibili a piedi. Nacque così la cultura della prateria, incentrata nei Mustang e nei bisonti.

Anche i cowboys hanno improntato la loro esistenza insieme a quella del cavallo. Le steppe hanno quel richiamo alla libertà.

La immensità della pianura induce a quel sogno di raggiungere la linea infinita che rappresenta l'orizzonte. È rilevante come l'uomo abbia affrontato grandi spazi aperti e immensi cieli, in groppa a un cavallo, dando quel senso di orgoglio e passione per la libertà.

È successo con i Cosacchi Russi, con i Sioux, con gli Apache, i Cowboys; nella Pampa e in Patagonia con i Patagones e i Cauchos, in Australia con i Cowboys delle Outback, tra la popolazione Kham in Tibet, che furono gli ultimi a mantenere accesa la fiamma della resistenza contro l'invasore cinese, tra i Berberi nel Nord Africa e in altre mille culture.

È il modo di vita che i Magiari portarono al di là degli Urali e che i Csikos, ultimi mandriani di questo secolo, intentano preservare nella Puszta, steppe che occupano la grande pianura Ungherese.

Come 5000 anni fà, il cavallo alimenta quella nostra ansia chiamata libertà.

3 commenti:

  1. Ciao Andrea,
    se ti capita, cerca in rete qualcosa degli "Huun Huur Tu", un gruppo di musicisti di Tuva, una regione della Russia vicina alla Mongolia, le cui canzoni hanno per tema proprio i cavalli, di cui sono allevatori da millenni. La curiosità sta tra l'altro nel fatto che praticano lo xöömei, ossia un tipo di canto in cui riescono a far risuonare le corde vocali in modo da produrre una seconda melodia che funge da accompagnamento. Inoltre suonano strumenti costruiti quasi completamente con ossa e tendini di cavallo. Vederli dal vivo è uno spettacolo.

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  2. Ti ringrazio per l'informazione Flavio.

    Tempo fà avevo già parlato del canto diplofonico dei popoli delle steppe in questo post:

    http://perlaterra.blogspot.com/2007/07/i-popoli-delle-steppe.html

    Senz'altro farò una ricerca più approfondita per trovare magari filmati da postare sul blog.

    Grazie tanto!

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  3. Ciao, è molto bello questo post. E questo blog. Ho imparato a cavalcare quando ero bambina ma solo crescendo ho capito qual'era il motivo di questa passione. Ora vorrei non esistessero più i recinti dei maneggi, l'anelito di libertà che hai raccontato è sempre più forte. Ciao

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