venerdì 16 gennaio 2009

Rarámuris... quelli con i piedi leggeri

I Tarahumaras o Rarámuris il cui significato è piedi leggeri o corridori a piedi (da rara=piede e muri=correre), sono un popolo indigeno che abita nelle montagne della Sierra Madre occidentale, nello stato Messicano di Chihuahua.[1]
L'estensione totale che occupa questo vasto territorio è di circa 60.000 chilomentri quadrati, un quinto dell'estensione territoriale dell'Italia. Una zona impervia, di difficile accesso caratterizzata da una serie di canyon impressionanti con dislivelli che possono variare dai 1500 ai 2400 metri sul livello del mare.

Durante l'inverno, nella parte alta della sierra, si registrano abbondanti nevicate con temperature che possono scendere fino ai 20 gradi sotto zero. In contrasto, dentro i canyon, il clima è tropicale con temperature che possono arrivare fino ai 50 gradi nei mesi più caldi. La popolazione dei Tarahumaras oscilla tra i 15.000 e 65.000 individui. Uno dei più recenti e confidabili censimenti parla di approssimativamente 45.000 individui. Si stima che un 26.000 sia bilingue, il restante parla solamente la lingua nativa.


Nonostante le impervie e lunghe distanze della sierra che separano le varie comunità, i Tarahumaras sono abituati a riunirsi, per discutere dei loro vari problemi e delle loro realtà, almeno una volta alla settimana con il Siriame (una sorta di portavoce indigeno), in un riunione domenicale chiamata Nawésari.

Altre manifestazioni di gruppo sono anche i rituali sciamanici, le feste dedicate alle danze o quelle dedicate al Tesgüino, una birra fatta di mais . Questi incontri rappresentano una importante funzione di coesione culturale.

La manifestazione però che raggruppa il maggior numero di comunità, è il Rarajípari (Rara=piede, e Pa=muovere rapidamente), una corsa della palla.

In questa competizione i migliori corridori Tarahumara calciano e rincorrono, a piedi scalzi o con sandali in pelle, una palla fatta di radice di quercia, correndo per chilometri su e giù tra dirupi, attraversando paesaggi fatti di pini, canyon, valli, e cascate.

Corsa Rarajípari

La corsa si realizza sempre tra due squadre di comunità diverse il cui numero può variare da due fino a venti persone secondo la decisione degli Chokéames, una sorta di organizzatori della gara. Il giorno anteriore alla corsa si decretano i giri del circuito (a volte possono arrivare fino ai 25), ognuno più o meno sui 20 chilometri, che correranno senza fermarsi mai per alcuni giorni.
Tutta la comunità incita ed aiuta i corridori offrendo a loro acqua e Pinole (un dolce di origine preispaniche tostato di farina di mais), illuminando di notte il loro cammino con torce.
Il vincitore sarà la squadra il cui corridore, calciando la palla, arriverà primo alla fine di tutti i giri.

I caratteristici sandali "Akaka"
Foto di Luis Escobar

Anche le donne Rarámuri corrono però lo fanno in un'altra competenza chiamata Ariweta, dove, invece di calciare una palla, devono lanciare con una stecca e rincorrere un anello (Rowera) fatto di yucca.

Corsa Ariweta

I Tarahumara sono considerati tra i migliori corridori di resistenza su questo pianeta.
La corsa è l'essenza della loro vita, un gesto fondamentale e naturale.
Si spostano correndo da un luogo all'altro, fin dai tempi ancestrali in cui la loro corsa serviva anche ad inseguire e sfinire le prede che rincorrevano durante la caccia.
I bambini giocano fin da piccoli a fare corse tra di loro.
Un'abitudine che si conserva fino all'anziana età.
I Rarámuris: fieri combattenti, perseveranti come i loro avi.


[1] Si possono incontrare gruppi Rarámuri anche nelle città di Chihuahua e Ciudad Juárez, negli stati Messicani di Baja California, Coahuila, Durango, Sinaloa, Sonora e Tamaulipas.
In passato questi gruppi sono emigrati in questi luoghi in cerca di condizioni di vita più favorevoli.

domenica 11 gennaio 2009

Faber


"Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perchè, secondo me, l'equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a ricercare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perchè mi manca la fantasia per cercarne altri"*

Fabrizio De André
(Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)


* da" Cantico per i diversi",
intervista a cura di Roberto Cappelli,
"Mucchio Selvaggio", settembre 1992