Il Messico, gli States e le mie corse
Sono davvero poche le gare a cui partecipo durante l’anno, si possono contare al massimo sulla punta delle dita di un solo piede! Mi piace correre libero, come gesto naturale, dove il movimento riesce a dare un significato al mio essere. Mi piacciono quelle uscite che la gente chiama allenamenti, le corse non competitive o le Ultra con quell’atmosfera amichevole, dove al traguardo, dopo tante ore di corsa, si va a cercare una birra da bere da condividere con gli altri corridori e non il tabellone con i risultati. Il fattore competizione per me non esiste. Mi piace godermi il tempo e non cercare di vincerlo.
Ho vissuto in Italia fino al 2001, dove negli anni 90 ho praticato corsa e triathlon: esperienze uniche ed indimenticabili. Ora il mio approccio è molto più “soft”, dando meno peso ai cronometri, alle pulsazioni del mio cuore ed alle tabelle. Quello che conta, in questo momento, per me, è conoscere e godermi ciò che mi circonda correndo.
I grandi spazi, con i loro scenari naturali, sono i posti dove mi piace correre. A volte solo, altre accompagnato da un gruppo di pochi amici, con cui condivido la passione per il trail running. Da 15 anni il mio percorso di corridore si snoda tra il Messico e la zona del Colorado Plateau, negli Stati Uniti, luoghi a cui da sempre ho sentito di appartenere, ancor prima di conoscerli.
Ho partecipato ad alcuni eventi organizzati negli States, nella zona del Grand Circle, tra incredibili paesaggi, caratterizzati da canyon e boschi, è un’esperienza totalmente differente rispetto a quelle in altre parti del mondo. E’ come una grande festa, dove il risultato è relativo tra i partecipanti. Si percepisce una sorta di fratellanza e solidarietà, che accomuna i corridori, che condividono la propria passione, in mezzo a queste terre primitive ed isolate. I tempi ed il cronometro sono relativi. Non s’avverte quell'affanno legato alla competizione. Qualunque sia il tuo tempo, ti sentirai sempre dire: “nice job!”, ottimo lavoro, da parte di altri corridori o del pubblico durante o fine gare.
Ad ogni modo, il Messico, è il luogo dove vivo attualmente. Un posto che da sempre mi ha affascinato, per la sua cultura e per i suoi luoghi. Il Messico non è per tutti. Il suo misticismo, insieme alla sua impetuosità, si percepiscono immediatamente, incominciando dalla morfologia del suo territorio. Quando gli fu chiesto di descrivere il Messico, il conquistador Hernan Cortés, si limitò ad accartocciare un foglio di carta e posarlo sul tavolo: una topografia irregolare, capricciosa, folle, che ha dato origine ad incredibili varietà di luoghi, flora, fauna e culture.
Mi sono quindi dovuto adeguare a quello che aveva da offrirmi il territorio Messicano, ovvero le montagne. In questo momento, mi trovo in una zona situata nella Sierra Madre Orientale, chiamata Sierra Gorda, con climi e morfologie che variano molto, passando dal semi-deserto al sub-tropicale, fino ad arrivare a zone boschive, con altezze che variano dai 300 ai 3000 metri s.l.m., il tutto nel giro di pochissimi chilometri di distanza, con temperature che variano da 0 a più di 40 gradi, dipendendo dall’altitudine e dalla stagione. Son zone poco conosciute al turismo internazionale, ma con una bellezza unica, grazie anche a questi microclimi differenti.
La seduzione delle montagne, che ti avvolgono in ogni punto, è stata la prima cosa che ho sentito al mio arrivo qui in Messico. Voglia di conoscere e sperimentare, per me straniero, l’ignoto. D’altronde questa necessità di muoversi, di correre verso lo sconosciuto, è nella nostra natura. Siamo tutti figli di nomadi. Tutto il nostro essere è immerso in questa esperienza ancestrale. Il movimento ci permette di approfondire questa conoscenza. Il senso di percezione è attivato, insieme alla nostra irrequietudine, che impulsa a continuare ed a non fermarsi. Una sorta di meditazione in movimento.
Inizialmente si ha la sensazione di essere completamente soli, salendo e scendendo per i dirupi, tra vegetazioni ed animali che non si conoscono. Con il tempo, s’impara a convivere con questi stati d’animo ed accettare quello che si è realmente e cioè un essere mai così solo, per non poter superare le proprie paure. E’ quindi anche un modo per capire sè stessi, un viaggio di riscoperta, passo dopo passo. La montagna mette a disposizione i propri luoghi, senza schierarsi, per questo motivo esige rispetto, concentrazione ed attenzione per essere ascoltata e percepire ciò che offre senza troppi giudizi. Ciò permette di fluire in essa, provando sensazioni uniche e straordinarie. Correre tante ore in montagna è un viaggio. Una storia nella storia. Una metafora della vita, dove paure e certezze creano un legame unico.
Dal 2009 ho cercato un approccio ancor più primordiale e profondo della corsa, incominciando a correre barefoot su tratti brevi ed usando calzature minimaliste su quelli più tecnici e lunghi. Ho così cambiato modo di correre, con la finalità di recuperare un gesto più naturale. Ricordo le prime piacevoli sensazioni di espansione delle piante dei piedi, che incominciarono in questo modo ad esplorare, in maniera più diretta, il suolo in cui appoggiavano.
Ho amplificato in questo modo la consapevolezza del momento, l’essere presente nel singolo istante, agendo nel preciso momento, osservando con i piedi, con quel senso di percezione ancora più attivo. Da quel momento, correre, per me ha un significato diverso rispetto a come lo vivevo anni prima. Ha assunto un significato di libertà, leggerezza, armonia, fluidità e riconoscimento. Ogni singolo passo è così una forma di gratitudine rivolta a queste meravigliose terre che fanno vibrare dalle emozioni. Correre crea connessioni e senso di appartenenza. Correre è coscienza. Farlo in maniera più naturale, nel mio caso, ha moltiplicato questi fattori.

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